venerdì 15 settembre 2017

Breve elogio del "venerdì del villaggio "

Che bello, è venerdì. Ancora piu' bello è sapere che è venerdi pomeriggio, che siamo già oltre l'orario di lavoro, che mi ritrovo fuori dall'ufficio, già sulla metro di ritorno a casa, cosciente del fatto che domani mattina la sveglia non suonerà e che stanotte potrò tirare fino a tardi a leggere, scrivere, a fare zapping in tv tra un canale e l'altro, riuscendo finalmente a vedere fino alla fine un film o uno di quei documentari,  su Rai Storia (canale 54) o su Focus (canale 56), che tanto mi affascinano ma che il sonno, e soprattutto il desiderio di non violentarlo, ogni sera mi impediscono di godere fino all'ultimo videogramma.
Stanotte, a differenza delle altre notti, non dovrò assecondare le palpebre che lentamente si abbassano mentre le mie orecchie continuano a seguire il programma in onda con quelle voci narranti che da nitide, pian piano, diventano un brusio indistinto, una sorta di nenia che dolcemente mi accompagna fino a collassare completamente tra le braccia di Orfeo. No, non dovrò svegliarmi dopo qualche ora nel cuore della notte, con il collo indolenzito, il braccio addormentato, la schiena a pezzi, spegnere la tv e andarmene a letto abbandonando il divano. No, oggi è venerdì, tutto ciò non accadrà, perchè domani è sabato e al solo pensiero il mio cervello produrrà cosi tanta di quella adrenalina che per addormentarmi ci vorrebbe una dose di sonnifero simile a quella utilizzata per stordire un elefante. 
Nel frattempo che vergo questi scarni e banali pensieri mi guardo attorno ed ho come l'impressione che questo sentimento adrenalinico sia diffuso, comune, cioè appartenga non solo a me ma un pò a tutti coloro che mi stanno accanto o di fronte. Non vedo infatti le solite facce stanche, depresse,  di pendolari rattristiti. No, è come se tutti avessero questa leggerezza del venerdì stampata sul viso. Ed allora succede che proprio in questo momento la signora sedutami vicino parli al cellulare con l'amica per darsi appuntamento, con le rispettive famiglie, in quel ristorante, "ma mi raccomando, prenota adesso, perchè il venerdì sera escono tutti e come sempre in quel posto si rischia il pienone". Ciao, abbracci, a dopo, ecco un sorriso a 54 denti. 
Ma dai, non c'è dubbio: la sera del venerdì è senza dubbio la piu' bella della settimana.
Ora non vorrei scomodare Leopardi e il suo Sabato del Villaggio per sottolineare come l'attesa della festa scateni gioia e felicità. No, non paragono la signora di cui sopra alla "donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole:". Per carità. Ma mi limito soltanto a fare notare che rispetto all'Ottocento in cui visse il celebre poeta di Recanati, qui, oggi, nel 2017, a Roma, metropoli, è già festa il Venerdì. Buon week end a tutti.    


giovedì 7 settembre 2017

Quella barba da filosofo

Non mi riconosco piu'. Stavo facendomi un selfie e ad un tratto è stato come se vedessi un altro sullo schermo del cellulare. Quella folta barba bianca non solo mi invecchia ma stravolge il mio aspetto. Questa volta l'ho fatta crescere molto piu' del solito. Non le consuete due settimane, bensì sei. Sono già oltre il limite della cosiddetta barba incolta, quella che mi accompagna ormai da oltre un decennio. Non ricordo neanche l'ultima volta che ho usato il rasoio per radermi completamente. E il fresco odore mattutino della schiuma da barba ormai l'ho quasi dimenticato. Uso il rasoio, o meglio lo usa il mio barbiere sulla mia faccia. Però, mi rendo conto che questa volta sto esagerando. Qualche altra settimana ed entrerò in piena zona "barbone". E' già folta, tendente all'arricciamento e adesso sta pure allungandosi. Mia figlia dice di tagliarla. Ma io ho deciso: vado avanti. La lascerò crescere, diciamo, fino al limite dell'umana decenza. Voglio vedere che effetto fa. Voglio in fondo provare almeno per una volta nella vita l'ebbrezza, il piacere, semmai di questo si tratti, di accarezzarmi una barba che sia veramente tale. Voglio sentirmi un pò piu' intellettuale, filosofo, scienziato posto che l'iconografia del passato ci restituisce le immagini di pensatori e artisti spesso barbuti. Ed infatti la portava Platone, pare anche Socrate, di sicuro Leonardo da Vinci e, per carità, senza voler fare paragoni basflemi, non dimentichiamoci che la portava pure Gesù Cristo. Quella di Mazzini ci è più nota, meno quella di Bargiggia, giornalista sportivo televisivo Mediaset, che di recente abbina ad elegantissimi gessati in doppiopetto una barba sagomata sullo stile di quella dell'illustre patriota ligure anche se piu' lunga, molto piu' lunga. Come dire che la barba non necessariamente è sintomo di trascuratezza. Si può essere eleganti anche con la barba. Sin può essere addirittura fenomeni con la barba. Ed infatti Leo Messi da qualche tempo s'è fatto crescere la barba. 
Non mi pongo la domanda se con la barba sono piu' attraente o meno. A cinquat'anni, fortunamente, credo di aver superato certe aspirazioni estetiche. Non mi preoccupano neanche  i puristi, cioè coloro i quali sostengono che una faccia rasata sappia molto piu' di igiene. Cosi come non do peso a certe culture per le quali la barba è simbolo di dignità virile.
Non seguo certo la moda, perchè oggi portare la barba sembra essere appunto di moda, anzi è un vero e proprio mainstream. Barba hispter viene chiamata dagli specialisti del settore e per alcuni è un vero e proprio culto. La curano, la spuntano, la sagomano, la squadrano, la innaffiano, la pettinano, la profumano, la coccolano.
No, per me è diverso, è che, come spesso accade, tutto nasce per caso. Non ho deciso di crescerla. L'ultima volta che l'ho tagliata è stato una settimana prima di partire per le vacanze. Giù sono rimasto 20 giorni. Non ho avvertito la necessità di raderla. Non era esagerata. Ci poteva stare. Quando sono rientrato a Roma, volevo accorciarla, riportarla al primo basilare quanto incolto livello. Ma il mio barbiere di fiducia era ancora in vacanza. Da allora sono passate due settimane e credetemi non ho ancora trovato il tempo per andarlo a trovare (nel frattempo ha riaperto).  Quando lo farò? Chissà.  Intanto, ho la barba e me la tengo. In seguito, si vedrà

giovedì 31 agosto 2017

Io e il mare, un libro che forse mai scriverò.

Semmai un giorno dovessi decidermi a scrivere un romanzo, il titolo non potrebbe che essere questo: Io e il Mare. Forse non sarà tanto originale e magari è stato già utilizzato da qualche altro scrittore. Chissà. Fatto sta che non riesco proprio ad immaginarne un altro per questo mio ipotetico esordio letterario. Non è che voglia scimmiottare  Hemingway traendo spunto dal suo celebre "Il Vecchio e il Mare" tanto per sentirmi un grande e autocelebrarmi tra i grandi prima ancora di aver scritto la prima parola, anzi la prima vocale di questo mio primo e per il momento fantastico libro. Per carità, non equivocate. Fantastico non intendetelo nel senso di eccezionale, straordinario, un capolavoro insomma, ma nel senso che per adesso questo mio libro è solo presente nelle mie fantasie, nel mio farneticare fantasioso, sebbene non sia propriamente un chiodo fisso ma un'idea appunto fantastica che solo sporadicamente spunta, emerge tra i miei mille pensieri tutti rigorosamente fantastici. A me piace sognare. Mai ho smesso di farlo. Spesso sogno ad occhi aperti e quello di scrivere un libro è appunto un sogno che mi accompagna sin da ragazzino. Sogno che probabilmente resterà tale per sempre, considerato che la scrittura come mestiere è innanzitutto fatica ed io per indole sono invece uno sfaticato. Non mi immagino infatti a scrivere metodicamente, tutte le mattine, tutti i pomeriggi o tutte le sere. Scrivere, per quanto mi riguarda, non può essere una professione (a meno che non fai il giornalista, ma quello è un altro mestiere), non può essere un esercizio ripetitivo, una forzatura, una costrizione. Scrivere è  passione che si esercita solo quando si accende ed essa si accende sempre da sola. Non puoi stabilire tu, come e quando. Arriva all'improvviso e tu devi semplicemente assecondarla. Io la vivo cosi e non riesco a viverla diversamente. E' la risposta ad un bisogno interiore, non un obbligo dettato da un desiderio come può essere appunto quello di scrivere un libro. Scrivi perchè ti va di scrivere. Perchè hai bisogno di scrivere. Perchè senti di scrivere. Perchè hai qualcosa che vuoi far sapere agli altri. Vuoi condividerla con gli altri. Oppure no. Scrivi solo per te stesso e ti basta cosi. 
Ma intanto, nell'attesa che la voglia di faticare scrivendo si impossessi di me, mi sono già portato avanti con il lavoro scegliendone il titolo. Direte: è come costruire una casa partendo dal tetto. Non regge. Vero. Nella realtà è cosi (e infatti non diventerò mai uno scrittore). Ma nei mondi fantastici no. Li non esistono regole precise, tutto può accadere, anche la fisica può seguire leggi particolari diverse e contrarie da quelle scoperte dalla scienza. Nella fantasia, la famosa mela di Isaac Newton può anche non cascare per terra ma salire in alto una volta liberata dalla mano che la tiene, come se la legge di gravità funzionasse al contrario o come se non esistesse affatto. Per cui può benissimo accadere, nel mondo fantastico, che una casa venga costruita partendo appunto dal tetto, cosi come potrebbe esistere un libro già con la copertina e il titolo ma senza pagine. Ci sta. Regge. E' possibile.
Qualcuno obietterà: si ma per scrivere un libro occorre innanzitutto saper scrivere. A parte il fatto che ho letto libri, di autori piu' sconosciuti di me, da far rabbrividire sotto il profilo stilistico, sintattico e a volte fin'anche grammaticale. Ma che c'entra? Stiamo parlando di sogni. Non importa quanto sei bravo o capace. L'importante è sognare. O volete impedire ad un bambino di immaginarsi autore di un goal capolavoro, di un dribbling ubriacante, di una rovesciata incredibile anche se non si chiama Leo e di cognome non fa Messi?
Vi starete chiedendo: ma perchè proprio questo titolo, perchè "Tu e il Mare"? Non è facile da spiegare in poche parole.  Ci vorrebbe appunto un libro. Per il momento accontentavi di questo: è sera, dopo cena, seduto sul balcone in pantaloncini e a petto nudo (fa ancora caldo), fumando una sigaretta scruto l'orizzonte scuro di fronte a me, ma non vedo il mare. E non c'entra il fatto che siamo a fine agosto e sta per arrivare settembre, il mese del mare piu' bello dell'anno. No. Non solo. E' che la vista del mare a me manca anche d'inverno.
Scrivo per sconfiggere l'angoscia dettata da questa assenza. Non so neanche se pubblicherò queste quattro righe sul mio blog. Non so se ne valga la pena. Ma se le state leggendo, vuol dire che l'avrò fatto. E sapete perchè? Perchè probabilmente nel momento in cui le ho pubblicate (in pausa pranzo), seduto al tavolino di un bar a mangiare un'insalata, stavo nuovamente pensando al mare. 

giovedì 24 agosto 2017

Quegli occhi impauriti a Piazza Indipendenza

Un momento dello sgombero di Piazza Indipendenza
Roma - Ero li stamattina. Stavo per arrivare al lavoro quando a pochi metri dal mio ufficio, sotto i miei occhi, si è scatenata la guerriglia. Lancio di oggetti contro i poliziotti, bottiglie, bastoni, bombole di gas, sacchi di plastica pieni di non so che, le cronache raccontano anche dell'utilizzo da parte dei manifestanti di spray urticanti e di peperoncino. In assetto antisomossa i celerini hanno badato solo a difendersi. Con il manganello sempre abbassato, mai alzato neanche a mo di semplice minaccia. Hanno azionato soltanto un potentissimo idrante e con l'aiuto di spruzzi violenti simili a frustrate sono riusciti lentamente a sgomberare la piazza. Dove da sabato scorso erano accampati un centinaio, i piu' resistenti, dei circa 400 rifugiati evacuati da uno stabile enorme, un palazzone di otto piani, un tempo adibito ad uffici, che si affaccia appunto su Piazza Indipendenza ad un tiro di schioppo dalla stazione Termini. Erano li da quasi quattro anni, queste povere anime, molti tra loro richiedenti asilo. Una presenza ormai familiare per tutti quelli che lavoriamo in via Curtatone. Una presenza tuttosommato discreta, con quell'andirivieni pacifico di immigrati tutti di colore, tutti ben vestiti, nessuno con la parvenza da straccione, tutti con il telefonino, qualche bella ragazza, come si dice a Roma, "acchittata" alla stessa stregua delle coetanee occidentali, alcuni addirittura automuniti sebbene grazie all'applicazione da cellulare denominata "scanner veicoli" che legge la targa dei mezzi e ti dice se è tutto in regola, con un collega un giorno, quasi per gioco ma soprattutto per curiosità, scoprimmo che in regola quei mezzi proprio non lo erano, essendo risultati tutti sprovvisti di assicurazione e in forte arretrato con il pagamento del bollo. E va be, ci siamo detti, siamo in Italia, lo fanno molti nostri connazionali, perchè negare queste opportunità fuorilegge proprio ai nostri ospiti?
Non so i motivi per cui dopo quattro anni lo Stato Italiano si sia deciso a sgomberarli da quel che era ormai diventato una sorta di casermone, con bagni in comune nei piani, stanze lunghe e strette adibite a camerette, senza balconi, solo finestre. Pare ci siano anche motivi relativi alla sicurezza tenuti ovviamente top secret. Chissà. Fatto sta che oggi  non ho avvertito l'odore acre e pungente, talvolta anche stomachevole, che puntualmente all'ora di pranzo ogni giorno esalava dal palazzone di fronte invadendo il mio ufficio dopo essere stato sprigionato da alimenti evidentemente cucinati con un abbondante sovraccarico di spezie. I nostri "vicini" non c'erano piu'. E non ci saranno mai piu'. Sgomberati.
Mentre scrivo questa nota sulla metro di ritorno dal lavoro, il mio pensiero non va tanto al giovane immigrato che, benchè claudicante, con le stampelle tentava di tenere a bada i celerini. E non va neanche a quella vecchietta inginocchiata per terra nel tentativo di arrestare l'avanzata del blindato munito di idrante che in un veloce flashback mi ha fatto ritornare in mente lo studente di Piazza Tienanmen davanti al carro armato. No, il mio pensiero è rivolto ai bambini (si, c'erano anche molti bambini) che nel frattempo, in una via laterale a Piazza Indipendenza, venivano fatti salire a bordo di un pullman assieme ai loro genitori con destinazione, a noi e forse anche a loro, ignota. Occhi impauriti, tristi, sconsolati, disorientati. Bambini che stavano per lasciare per sempre quella che tuttosommato era stata per quattro anni la loro casa quantunque si concentrasse in una stanza di due metri per tre. Chissà dove li sistemeranno, semmai li sistemeranno davvero. Forse li ammasseranno in uno di quei molti centri di accoglienza disseminati lungo la Penisola ma già stracarichi di disperati e pronti ad implodere. Di sicuro, non avranno, quantomeno nell'immediato, un alloggio confortevole, nè la vita dignitosa che i loro genitori, scappando dall'Africa, dalle guerre e dalla povertà sognavano per loro, cioè per i figli, ma anche per se stessi. Che Dio, Allah e tutti gli Dei dell'universo li proteggano. Auguriamoci che non siano oggetto, o vittime, fate voi, di ulteriori sfratti.
Purtroppo è questa una triste realtà: non siamo preparati ad accoglierli adeguatamente. Non possiamo accoglierli tutti. Non sappiamo dove accasarli, nè tantomeno siamo in grado di offrire loro lavoro, sicuro, garantito, onesto, assicurato. Proprio quelli di Via Curtatone li vedevi stazionare, seppure in grande tranquillità, davanti la piazza, nullafacenti, probabilmente "mantenuti" grazie alle 30 euro giornaliere garantiti loro dallo Stato. Non è questa una giusta accoglienza.
Non basta lo spirito cristiano e caritatevole di Papa Francesco a risolvere il problema, che, visti i numeri (i 400 di via Curtatone ne sono solo un'infinitesima parte), è un'emergenza enorme, senza soluzione immediata. E' vero, in Francia e in Germania, cosi come in Inghilterra, vi sono molti piu' immigrati che in Italia. Ma li sono arrivati scaglionati nel tempo, nei decenni, addirittura nei secoli. No, qui da noi stanno arrivando tutti in una volta e nessuno in Europa li vuole, alzano muri e barriere, chiudono le frontiere, le militarizzano per impedirne il passaggio sul loro territorio. E questi disperati alla ricerca dell'Eldorado europeo approdati in Italia sono già centinaia di migliaia e rischiano di diventare milioni se non si riuscirà a bloccare gli sbarchi e la tratta schiavista che ci sta dietro. Faranno tutti la fine di quelli di via Curtatone e ciò fa male al cuore se uno un cuore ce l'ha.
Poi leggo su Facebook che un collega, senza citarmi, mi da del razzista per via di un mio precedente post ed allora comprendo che un ulteriore ostacolo ad affrontare il problema per quello che è, in termini realistici e obiettivi, oltrechè umanitari, è rappresentato dalle banalità retoriche e dai luoghi comuni generati da una certa mentalità salottiera, radical chic e psuedo buonista di cui purtroppo è pregna la nostra Italia. Meno male che il ministro Minniti, a differenza della Boldrini, ha dimostrato di esserne immune.

martedì 16 aprile 2013

Bombe a Boston ma anche nel PD

Neanche il tempo di dire che noia ed ecco due bombe esplodere a Boston. Due morti, decine di feriti, una maratona che doveva essere una festa trasformata in tragedia. L'America rimpiomba nell'incubo terrorismo? Vedremo. Tra non molto ci diranno di chi quest'ennesimo attentato è figlio. Scopriremo se dietro il sangue e i morti di ieri ci sia la mano del terrorismo islamico o quella di qualche gruppo estremista locale, oppure addirittura di uno di quei pazzi che di tanto in tanto fanno tristemente capolino nelle cronache statunitensi per le loro solitarie ancorché scellerate imprese criminali. Certo è che il pensiero di tutti è immediatamente andato a ritroso fino al tragico 11 settembre del 2001 e al crollo delle Torri Gemelle il cui ricordo, nonostante siano passati quasi 12 anni, è ancora vivo, fresco, quasi a testimonianza del fatto che l'incubo terrorismo  è sempre attuale e che da un momento all'altro può rialzare pericolosamente la testa nonostante una militarizzazione quasi capillare del territorio. Non esiste un sistema di sicurezza, quanto rigoroso e rigido esso possa essere, che sia in grado di garantire ai cittadini protezione assoluta rispetto a questi eventi. Una crepa nei controlli può sempre crearsi con estrema facilità, tanto piu' se il territorio da sottoporre a controllo è così vasto e popolosamente denso quanto lo è appunto quello degli Stati Uniti d'America.  Impossibile porvi rimedio. Come fai a controllare 400 milioni di persone per prevenirne atti o azioni terroristiche? La paura del terrorismo nasce proprio da queste considerazioni. Può colpire ovunque e chiunque, in qualsiasi momento, facendo vittime innocenti anche ad una semplice maratona. E poco cambia qualora si scoprisse che a mettere le bombe ieri a Boston siano stati terroristi interni e non islamici. Sempre di terrorismo si tratterebbe, sebbene con connotati ideologici e culturali differenti. Ma tant'è. Viviamo in  un mondo in guerra con se stesso e a questo dobbiamo rassegnarci.
A proposito di guerre e di bombe, in Italia ultimamente non ci facciamo mancare proprio niente. Grazie a Dio si parla solo di guerre in senso metaforico, anche se quella esplosa all'interno del Pd rischia di assumere una dimensione nucleare e cioè da catastrofe politica. La scissione non è più soltanto un rischio, ma un'eventualità possibile, concreta. Renzi che lancia una bomba per rottamare la Finocchiaro, questa che gli risponde dandogli del miserabile, sono infatti i sintomi evidenti di un partito prossimo alla sfascio. Una volta nel PCI cosi come nella DC i panni sporchi si era soliti lavarli rigorosamente in famiglia. Ora tra ex comunisti ed ex democristiani gli stracci volano in pubblico. Si pigliano a pesci in faccia che è una bellezza. Non se le mandano a dire, ma se le dicono con tutta l'evidenza e la pubblicità possibili. Segno della modernità? Cioè i partiti non sono piu' quelli di una volta?   Anche, ma non solo. La verità in questo caso è un'altra. Il PD non è un partito ma piu' partiti messi assieme. Il peccato è all'origine, ovvero sta in quella fusione a freddo studiata a tavolino tra culture che mai si sono amate e mai si ameranno. Da quella fusione non poteva che nascere una formazione senza una precisa fisionomia politica, strattonata un po' da sinistra e un po' dal centro, un po' socialdemocratica e un po' liberal popolare. Insomma, nel PD albergano visione politiche, culture, modi di fare e di agire differenti, spesso confliggenti, dunque sempre ad un passo dallo scontro e dall'implosione. Sia chiaro: Renzi ci ha messo del suo. Il ragazzo ha molta ambizione, ma pure abbastanza seguito. Ci sta provando. Vorrebbe un PD diverso da quello attuale, un partito post-ideologico, moderno anche nella sua strutturazione, per questo confliggente con quell'idea di partito di cui si è fatto recentemente promotore il ministro Barca e su cui con ogni probabilità confluirà tutta l'ala socialdemocratica ex pci-ds-pds. Morale della favola? Berlusconi ringrazia: da impresentabile lo stanno trasformando in intramontabile. Si votasse a giugno, vincerebbe. Statene certi.
 

lunedì 15 aprile 2013

Reporter, una passione innata

Una settimana senza scrivere. Non è poco. Del resto, per farlo occorrono tempo e stimoli. Né l'uno, né gli altri in questi sette giorni mi sono venuti in soccorso. Il lavoro e la famiglia ti assorbono, mentre la cronaca scarseggia, non ti motiva, non ti offre quegli impulsi necessari a ragionare su eventi grandi o piccoli che siano. Apri i giornali ed è una noia mortale. Tutti i giorni sempre le stesse cose: lo stallo della politica, la crisi che continua ad incalzare, la Corea e le sue minacce nucleari, qualche suicidio, qualche omicidio, cose già viste e riviste mille altre volte. Poi accedi alla rete e idem con patatine: un appiattimento totale che solo le battute e la "cugghiunella" (divertimento ironico) tra amici virtuali sui social network riescono a rianimare. Mi vien voglia di andarmene in giro per cercare storie interessanti, fotografare luoghi e persone, parlare con la gente comune, immergermi nella vita intestina di una metropoli come Roma che di spunti per scrivere te ne offre moltissimi e di tutti i generi. Ho voglia cioè di riscoprirmi reporter. E' una passione che mi porto dentro da sempre e che di tanto in tanto riemerge prepotentemente specie quando la ruotine quotidiana soffoca e deprime ogni entusiasmo. Il ruolo di blogger che si limita alle opinioni comincia a starmi stretto. Sento il bisogno di raccogliere notizie direttamente e raccontarle, senza limitarmi alle solite fonti di approvvigionamento che poi sono i media e la rete. Ma come faccio? Devo pure lavorare, devo pure seguire mia figlia, accompagnarla a scuola, a danza, aiutarla a fare i compiti e il tempo dove lo trovo per andare in giro a caccia  di storie, di personaggi piu' o meno interessanti? D'istinto mi verrebbe di mollare tutto per dedicarmi "anima e core" a questa mia sana (o insana, dipende dai punti di visti) passione. Ma non posso. Nella vita bisogna pure mangiare e certo non è che si guadagni uno stipendio raccogliendo e raccontando storie. A meno che tu non sia uno scrittore di fama e di successo, per cui riesci a combinare entrambe le cose: la passione per la scrittura e la pecunia per vivere. Ma non è il caso mio. Non sono uno scrittore, nè tantomeno di successo. Sono dunque destinato a reprimermi e non è stato affatto un esercizio consolatorio vergare queste quattro righe quantunque scritte di getto e a mo di sfogo. Avrei voluto scrivere altro. Ma per oggi accontentavi di questo e se tra l'altro neanche vi è piaciuto, beh che dirvi, avete ragione.

venerdì 5 aprile 2013

Bersani e Berlusconi alleati contro Renzi

Bersani e Berlusconi hanno un nemico comune. Si chiama Matteo Renzi. L'unico che può batterli, l'unico che può rottamarli per davvero. Al primo "scippandogli" la premiership del centrosinistra, al secondo surclassandolo alle elezioni. Vedrete che proprio per combattere il nemico comune, Pierluigi e Silvio alla fine un accordo lo troveranno. Quale al momento non è dato saperlo. Ma qualcosa si inventeranno. I due hanno iniziato ad annusarsi. La scusa è l'elezione del Capo dello Stato. Ma c'è da scommetterci che durante il loro faccia a faccia, previsto per la prossima settimana, stringeranno un accordo che prevederà soprattutto l'esclusione di Renzi da qualsiasi gioco. Ne va della loro personale sopravvivenza politica. Ora se questa operazione sta benissimo al Pdl che punta ancora tutto su Berlusconi, un po meno digeribile lo è per il Pd nella cui pancia la fronda antibersaniana è piu' consistente di quanto appaia e va ben oltre la stessa minoranza renziana. Vecchi notabili e una parte dei cosiddetti giovani turchi stanno infatti avvicinandosi di gran carriera al sindaco di Firenze ritenendolo, sondaggi alla mano, l'unico vero possibile salvatore della patria. La partita è dura e allo stesso tempo delicata e l'ipotesi di una scissione interna al partito non è del tutto peregrina. Scissione che potrebbe verificarsi  in entrambi i casi, sia se Renzi fosse messo da parte (uscirebbero i renziani), sia nel caso in cui il primo cittadino fiorentino vincesse la sfida della premiership nel centrosinistra (in tal caso a fare le valigie verso sinistra sarebbero coloro i quali non lo ritengono adatto a guidare la coalizione in quanto fin troppo berlusconiano). Insomma, il Pd sta vivendo una fase di ebollizione  tale che nulla può essere escluso a priori, neanche le ipotesi piu' drastiche come quella appunto di una potenziale scissione. Staremo a vedere.
Di tutta questa vicenda l'aspetto che stupisce di piu' è comunque un altro. Renzi è l'unico che al momento potrebbe essere in grado di porre fine all'era berlusconiana senza spargimenti di sangue o tintinnar di manette ma attraverso la via piu' semplice e democratica: le elezioni. I sondaggi stanno lì a dimostrarlo in maniera chiara e inequivocabile. Il potenziale del toscano è enorme. Drenerebbe voti in massa al Pdl e anche al M5S. Un giovane che piace, che parla un linguaggio chiaro e comprensibile a tutti, l'unico ad aver capito in questi anni che per battere Berlusconi bisogna innanzitutto "rubargli" i voti. L'unico tra i partiti politici tradizionali che abbia saputo assecondare il diffuso sentimento popolare di cambiamento che sale dal paese. Non a caso ha fatto di tutto per piacere anche a destra. E c'è riuscito, a destra piace e non poco.  Dopo 20 anni la sinistra ha dunque l'occasione di vincere definitivamente la sfida  con l'imprensentabile di Arcore. Una vittoria storica che pensionerebbe per sempre il Caimano senza accordi o salvacondotti vari. Eppure, c'è una parte consistente della sinistra a cui Renzi non piace e che lo definisce addirittura un berlusconiano doc. Gli hanno appiccicato addosso questa etichetta e vedrete tra non molto gliene appiccicheranno un'altra ancora piu' negativa: quello di imprensentabile appunto. Renzi da Berlusconi ha mutuato astutamente, avendone anche attitudini personali, solo le tecniche di comunicazione di massa applicate alla politica. In sostanza, sa fare marketing politico. Ma è di sinistra. Dice cose di sinistra. Non ha conflitti d'interesse da proteggere, né inchieste giudiziarie da cui salvarsi. Non è ricco, non è vecchio, ama e non usa la politica per proteggere le proprie aziende, che, tra l'altro, non ha. Cosa ci sia di berlusconiano nel sindaco di Firenze, solo a sinistra lo sanno. Eppure, questo è.  Si ha l'impressione che una parte del Partito Democratico stia attuando la tecnica cara a quel marito che per dispetto della moglie si tagliò gli attributi.
La speranza è che Renzi vinca la sua battaglia personale perché vincendola terremoterebbe non solo il centrosinistra ma anche il centrodestra che, a quel punto, per sopravvivere sarebbe obbligato a cambiare. La speranza è che Renzi riesca a farsi candidare. E poiché a destra non vedo un altro Renzi, io sto con quello di sinistra.